Sulla mia scrivania c’è di tutto. Ho bisogno di carta per scrivere e tiro un lembo di un foglio a quadretti per estrarlo dal cumulo. Cade di tutto, una nuvola di bigliettini si libera nell’aria e io vengo catapultato cinque anni indietro nel tempo: attaccato al foglio c’è un quaderno che nell’estate 2003 è stato il diario di un viaggio in Kosovo.
Accidenti, mi gira quasi la testa.

Raccolgo i bigliettini, inizio da quelli: sono fogli ripiegati di vario tipo, alcuni contengono solo numeri di telefono di persone che non chiamerò mai, gli altri invece contengono messaggi personali e tra questi ce ne sono di belli. Non ve li racconto ma ce n’è qualcuno che mi è caro. Tanto.
Accidenti, mi gira la testa.
Mi faccio coraggio: attacco il diario e il viaggio riprende. Ci sono episodi che avevo dimenticato ma le immagini sono così vivide nella mia mente che mi sembra di essere lì. La maggior parte delle pagine è dedicata a Priluzje e al campo di Sprofondo Imperia, a cui in effetti avevo partecipato più come turista che come animatore. Ci sono tante persone nelle pagine: di qualcuno non mi ricordo quasi, di qualcuno sento la mancanza. Tanta

